Sono le tre del pomeriggio. Il documento è aperto da un'ora, il vicino di scrivania parla al telefono, e ogni due minuti gli occhi vanno da un'altra parte. Metti le cuffie, scegli la prima playlist che trovi, e dopo dieci minuti stai canticchiando invece di scrivere. Musica e concentrazione: è la cosa di cui parla questo articolo, cioè che cosa mettere in sottofondo quando si lavora, che cosa evitare e perché la stessa musica aiuta uno e distrae un altro. Su questo argomento si sentono dire tre cose. Che la musica classica rende più intelligenti. Che qualunque musica è meglio del silenzio. Che se la canzone ti piace ti aiuta di sicuro. Sono tre frasi con una storia, e l'articolo la trova prima di dire che cosa regge.
Musica e concentrazione: cos'è e da dove viene
Musica e concentrazione è una coppia che la gente studia da quando esistono gli uffici aperti. Negli anni Quaranta la radio inglese trasmetteva un programma di musica leggera per le fabbriche, Music While You Work, con brani a ritmo regolare e senza pause, pensati per tenere il passo alle catene di montaggio. L'idea che la musica aiuti a lavorare viene da lì, da un lavoro di mani. Nel 1993 uno studio dell'Università della California guidato da Frances Rauscher, pubblicato su Nature, ha trovato che dieci minuti di una sonata di Mozart miglioravano per un quarto d'ora un compito di ragionamento spaziale: da quel piccolo risultato è nato il mito dell'effetto Mozart, che gli studi successivi hanno ridotto a un effetto dell'umore, e non dell'intelligenza.
Viene capita male in tre modi. Il primo è la canzone con le parole: chi scrive o legge con un testo cantato in cuffia usa la stessa parte della testa per due cose, e una delle due perde. Il secondo è il brano che piace troppo: la canzone preferita chiama l'attenzione, e si finisce a cantarla. Il terzo è il volume: la musica alta copre il vicino ma copre anche il pensiero. Musica e concentrazione funzionano insieme solo se la musica resta sullo sfondo, e sullo sfondo restano i brani senza parole, senza sorprese, a volume basso.
Cosa succede nella testa con un suono di sottofondo
La testa ha un posto piccolo per le parole: si chiama memoria di lavoro, ed è lo spazio in cui si tengono le frasi mentre si leggono o si scrivono. Le parole cantate entrano in quello spazio anche se non le ascolti, e lo occupano. I suoni senza parole no: stanno in un'altra stanza. Un ritmo regolare e lento, poi, dà al corpo un passo, come la radio delle fabbriche, e il passo aiuta nei lavori ripetitivi e disturba in quelli che chiedono di pensare.
La ricerca lo ha misurato molte volte. Uno studio di Pierre Salamé e Alan Baddeley dell'Università di Cambridge, pubblicato nel 1989 sul Quarterly Journal of Experimental Psychology, ha fatto ricordare liste di parole a persone con in sottofondo musica cantata, musica strumentale o silenzio: la musica cantata peggiorava il ricordo come una conversazione, quella strumentale meno. Una revisione di Juliane Kämpfe e colleghi dell'Università di Chemnitz, pubblicata nel 2011 su Psychology of Music, ha messo insieme decine di studi e ha trovato che la musica in sottofondo, in media, peggiora un poco la lettura e la memoria, e migliora un poco l'umore e i compiti di mani. Musica e concentrazione, per la ricerca, vanno d'accordo nei lavori ripetitivi e si pestano i piedi in quelli con le parole. Su quello che il canto fa alla memoria in senso buono, c'è l'articolo sul canto come ginnastica per il cervello. Musica e concentrazione sono quindi un patto: la musica resta indietro, o il lavoro resta indietro.
Cosa è vero e cosa è moda
È vero che i brani senza parole, a volume basso, aiutano a coprire il rumore di un ufficio e a restare seduti più a lungo. È vero che la musica migliora l'umore, e con l'umore migliore si lavora meglio. Non è vero che la classica renda più intelligenti: l'effetto Mozart dura un quarto d'ora ed è un effetto di buon umore. Non è vero che qualunque musica sia meglio del silenzio: per leggere e scrivere il silenzio vince quasi sempre, e la musica serve quando il silenzio non c'è.
La moda ha aggiunto playlist per la produttività, onde cerebrali da ascoltare, battiti binaurali che promettono l'attenzione, brani generati apposta per lavorare. Sui battiti binaurali gli studi sono pochi e non concordi, e quello che funziona in quelle playlist è il fatto che sono lunghe, senza parole e senza sorprese. Musica e concentrazione non hanno un brano segreto. E se la difficoltà a concentrarsi è di ogni giorno, se la testa non tiene un compito per dieci minuti qualunque sia il sottofondo, non è una questione di playlist: vale una parola con il medico.
Musica e concentrazione: come scegliere il sottofondo, un passo alla volta
Musica e concentrazione chiedono cuffie o una cassa a volume basso, una playlist scelta prima di cominciare, e la regola di non cambiarla mentre si lavora.
- Decidi che lavoro devi fare. Se leggi o scrivi, scegli silenzio o suoni senza parole. Se fai un lavoro di mani o di numeri ripetuti, un ritmo regolare va bene.
- Scegli brani senza voce: pianoforte, chitarra, musica da film senza cantato, rumore di pioggia o di bar. Niente che sappia il testo a memoria.
- Prendi brani che non conosci. La canzone preferita chiama l'attenzione, quella mai sentita passa.
- Metti il volume così basso che, se ti fermi a pensare, la musica sparisce. Se la senti mentre pensi, abbassa.
- Fai partire la playlist prima di aprire il lavoro e lasciala andare senza toccarla. Ogni cambio di brano è un'uscita dal compito.
- Lavora per venticinque minuti, poi togli le cuffie per cinque. Se nella pausa le spalle scendono, il volume era troppo alto.
- Se ti accorgi di canticchiare, cambia playlist alla pausa, non subito: quel brano è entrato nella stanza delle parole.
- A fine giornata nota se il lavoro con la musica ti ha stancato di più o di meno di quello nel silenzio, e regolati.
Musica e concentrazione si accordano in due o tre giorni di prove, quando trovi il volume che sparisce. Va bene ogni giorno per i lavori ripetitivi, va bene meno per scrivere, e non va bene se ti accorgi di riascoltare la musica invece di lavorare.
Lo stesso metodo in altri momenti
La regola del suono senza parole vale anche fuori dall'ufficio. Chi studia a casa con i bambini che giocano nella stanza accanto usa il rumore di pioggia o il brano strumentale per coprire le voci, e le copre meglio di una canzone. In treno il sottofondo giusto copre il vagone e lascia leggere, e il volume va alzato di un poco. In cucina, per un lavoro di mani, la radio con le canzoni va benissimo, perché tagliare le verdure non usa le parole. Per chi ha superato i settant'anni e legge il giornale la mattina, il silenzio resta la scelta migliore, perché con l'età la stanza delle parole si restringe. Musica e concentrazione cambiano patto secondo il lavoro, e il patto si rifà ogni volta che cambia il compito.
Le tre del pomeriggio con il documento aperto e il vicino al telefono erano la scena. La musica per lavorare viene dalle fabbriche inglesi degli anni Quaranta, e il mito di Mozart da uno studio del 1993 che diceva molto meno di quello che si è letto. Le parole cantate occupano lo spazio delle parole lette, e la revisione del 2011 ha trovato che il sottofondo aiuta i lavori di mani e disturba lettura e memoria. Le playlist per la produttività funzionano se sono senza voce e senza sorprese, non per un numero segreto. I passi sono otto: decidere il lavoro, brani senza voce, brani sconosciuti, volume che sparisce, playlist che non si tocca, pause senza cuffie, cambio alla pausa, bilancio a sera. Musica e concentrazione vanno d'accordo quando, a fine giornata, della musica non ti ricordi.
